JudoText_150Il termine jūdō è composto dai due kanji (caratteri) di origine giapponese: 柔 (jū, adattabile, flessibile) e 道 (dō, la via) e significa qualcosa di simile a “Via della flessibilità”; con questo, si cerca di spiegare che il modo per vincere una forza non è opporvisi, bensì il contrario, sfruttandola e dirigendola per il proprio fine. Sotto il peso della neve i rami del salice si flettono in modo da poterla scaricare a terra e riprendere cosi la posizione naturale, al contrario della “robusta” quercia che finirà invece per spezzarsi. Il tema dell’assecondare la forza nemica è fondamentale nella cultura del guerriero samurai, poiché riprende uno dei concetti espressi talvolta nel buddhismo e soprattutto nel classico cinese detto “Libro dei Mutamenti” (Yijing) che afferma che l’universo è regolato da correnti di forza e che occorre incanalarsi in queste correnti applicando la forza minima necessaria ad ottenerne il controllo. Opporvisi invece non porta alcun risultato poiché si resterebbe privi di energia.

Il jūdō si appoggia su un codice morale instaurato da Jigorō Kanō che esalta otto qualità essenziali che il judoista deve sforzarsi di avvicinare durante il suo apprendistato: l’EDUCAZIONE, il CORAGGIO, la SINCERITA’, l’ONORE, la MODESTIA, il RISPETTO, il CONTROLLO DI SE’, l’AMICIZIA.

Storia del Judo

il judo trae le sue origini dall’antico jujutsu:il suo fondatore Jigorō Kanō studiò e approfondì diverse scuole di jujutsu giungendo ad ottenere il grado di Shian (maestro) in due di queste, chiamate Tenshin shin’yo (specializzata in Katame waza, ossia lotta corpo a corpo, strangolamenti, leve articolari) e Kito (specializzata in Nage waza, tecniche di atterramento al suolo). Quest’ultima era famosa per praticare lo yoroi gumi uchi (combattimento con l’armatura), una sorta di randori (pratica libera) con tecniche di proiezione, a differenza delle altre scuole che praticavano principalmente i kata (forme preordinate). I suoi studi gli consentirono nel 1882 di fondare una nuova scuola dove insegnare il proprio metodo che chiamò Judo Kodokan.

Il 1853 segna una data storica per il Giappone: il commodoro Perry, della Marina Americana, entra nella baia di Tokio con una flotta di 4 navi da guerra consegnando allo Shogun un messaggio con cui si chiedevano l’apertura dei porti e trattati commerciali. Lo Shogun, probabilmente intimorito dalla dimostrazione di forza, rimise la decisione nelle mani dell’Imperatore che accettò quanto proposto. Per il Giappone, che fino a quel momento aveva vissuto in completo isolamento dal resto del mondo, inizia l’era moderna. La definitiva caduta dell’ultimo Shogun avvenuta nel 1867 ripristinò definitivamente il potere imperiale che, a segno di una definitiva uscita del Giappone dal periodo feudale, promulgò nel 1876 un editto col quale si proibiva il porto delle spade, decretando la scomparsa della classe sociale dei samurai, che avevano dominato per quasi mille anni.

Vi furono importanti cambiamenti culturali nella vita dei giapponesi dovuti all’assorbimento della mentalità occidentale e naturalmente ciò provocò un rigetto per tutto ciò che apparteneva al passato, compresa la cultura guerriera che tanto aveva condizionato la vita del popolo durante il periodo feudale. Il jujutsu, facente parte di questa cultura, da nobile che era scomparve quasi del tutto. Le antiche arti del combattimento tradizionale vengono ignorate anche a causa della diffusione delle armi da fuoco ed i numerosi dojo allora esistenti furono costretti a chiudere per mancanza di allievi; i pochi rimasti erano frequentati da ex guerrieri dediti a combattere per denaro e spesso coinvolti in crimini. Questo influenzò ulteriormente il giudizio negativo del popolo nei confronti del jujutsu in cui vedeva un’espressione di violenza e sopraffazione.

E’ in questo contesto di cose che si inserisce la figura di Jigorō Kanō: egli, professore universitario di Inglese ed economia, dotato di notevoli capacità pedagogiche, intuì l’importanza che potevano avere lo sviluppo fisico e la capacità nel combattimento se venivano usate proficuamente per lo sviluppo intellettuale dei giovani.

Per prima cosa eliminò tutte le azioni che potevano portare al ferimento a volte anche grave degli allievi: queste tecniche furono ordinate nei kata, in modo che si potesse praticarle senza pericoli. Poi studiò e approfondì il nage waza appreso alla scuola Kito, formando così un sistema di combattimento efficace e gratificante. Ma la vera evoluzione rispetto al jujitsu si ebbe con la formulazione dei principi fondamentali che regolavano la nuova disciplina: Sey’ryoku zen’yo (il miglior impiego dell’energia fisica e mentale) e Jita kyo’ei (tutti insieme per progredire). L’uomo migliora se stesso attraverso la pratica del judo e contribuisce al miglioramento della società, e questo è possibile solo con la partecipazione intelligente di tutti. Lo scopo finale del jujitsu era il raggiungimento della massima abilità nel combattimento; nel judo l’abilità è il mezzo per giungere alla condizione mentale del “miglior impiego dell’energia”.

Ciò significa impiegare proficuamente le proprie risorse,il proprio tempo, il lavoro, lo studio, le amicizie, ecc., allo scopo di migliorarsi continuamente nella propria vita e nelle relazioni con gli altri. Si stabilì cosi l’alto valore educativo della disciplina del judo, unita alla sua efficacia nel caso venisse impiegato per difendersi dalle aggressioni. Il judo mira cioè a compiere la sintesi tra le due tipiche espressioni della cultura giapponese antica e cioè Bun-bu, la penna e la spada, la virtù civile e la virtù guerriera.

Il judo conobbe una straordinaria diffusione in Giappone, tanto che non esisteva una sola città che non avesse almeno un dojo, e parallelamente si diffuse nel resto del mondo grazie a coloro che viaggiando per il Giappone (principalmente commercianti e militari) lo appresero reimportandolo nel loro paese d’origine. Non meno importante fu la venuta in Europa intorno al 1915 di importanti maestri giapponesi, allievi diretti di Jigoro Kano, che diedero ulteriore impulso allo sviluppo del judo, tra cui Koizumi in Inghilterra e Kawaishi in Francia.

Jigorō Kanō morì nel 1938, in un periodo in cui purtroppo il Giappone, mosso da una nuova spinta imperialista, si stava avviando verso la seconda guerra mondiale. Dopo la disfatta, la nazione venne posta sotto il controllo degli USA per dieci anni e il judo fu sottoposto ad una pesante censura poiché catalogato tra gli aspetti pericolosi della cultura giapponese che spesso esaltava la guerra. Fu perciò proibita la pratica della disciplina ed i numerosi libri e filmati sull’argomento vennero in gran parte distrutti. Il judo venne poi “riabilitato” grazie al CIO (comitato olimpico internazionale) di cui Jigorō Kanō fece parte quale delegato per il Giappone, e ridotto a semplice disciplina di lotta sportiva ma i suoi valori più profondi sono ancora presenti e facilmente avvertibili dai partecipanti.

Ai giorni nostri

A partire dal dopoguerra, con l’organizzazione dei primi Campionati Internazionali e Mondiali, e successivamente con l’adesione alle Olimpiadi, il judo si è sempre piu identificato come sport da combattimento, mutuandone le caratteristiche di agonismo che provenivano dalle discipline di lotta occidentali. Si è perciò cominciato a privilegiare la ricerca del vantaggio minimo che permette di vincere la gara, a discapito del gesto tecnico più spettacolare ma piu rischioso.

L’entrata in scena, avvenuta negli anni 80, degli atleti dell’ex URSS, aventi una lunga tradizione di lotta sambo alle spalle, non ha che aumentato questo fenomeno. Oggi si assiste a numerose tecniche derivate dalla lotta libera che per efficacia in gara si contrappongono alle tecniche tradizionali del judo. In conseguenza di ciò, si è sviluppata la tendenza a privilegiare un tipo di insegnamento che metta in condizioni gli allievi di guadagnare da subito punti in gara, punti che vengono utilizzati per determinare il passaggio di cintura, tralasciando l’aspetto educativo della disciplina.

Allo scopo di riaffermarne il valore, si sono costituite nel tempo Federazioni Sportive anche di carattere internazionale che tendono a far rivivere i principi espressi dal Maestro Jigorō Kanō, quantunque anch’esse si dedichino all’attività agonistica. Queste Federazioni sono riunite all’interno di Enti di Promozione Sportiva riconosciuti dal CONI, quali ,UISP, CSEN, ACSI, ed altre. In Italia la federazione ufficiale appartenente al CONI è la FIJLKAM,Federazione Italiana Judo Lotta Karate Arti Marziali. Questo non significa però che vi siano due tipi di scuole o che una sia meglio dell’altra: come ebbe a dire lo stesso Jigoro Kano (Yuko no Katsudo, rivista edita in Giappone,1925) “anche nel periodo antico esistevano Maestri che impartivano nozioni di tipo etico oltre che tecnico: si trattava di esempi illuminati ma che, tenendo fede al loro impegno di Maestri, dovevano necessariamente privilegiare la tecnica.

Nel judo invece gli insegnanti devono percepire la disciplina soprattutto come educazione, fisica e mentale”. A tutt’oggi, il monito del fondatore appare più che mai azzeccato, dovendosi necessariamente affidare (o affidare i propri figli) a dei maestri che a volte perdono di vista la loro funzione di educatori privilegiando il risultato sportivo. Jigoro Kano aggiungeva inoltre che “per coloro che si dimostrassero particolarmente portati alla competizione è lecito interpretare sportivamente la disciplina, purchè non si dimentichi che l’obiettivo finale è ben più ampio”.

Nella scelta di un dojo meglio quindi affidarsi a maestri di provata esperienza che tengano corsi per tutti, non solo per l’agonista, e questo può avvenire tanto in ambito Federale quanto in quello Promozionale dove a volte, per dimostrare di non essere da meno, ci si impegna eccessivamente nelle gare.

Le tecniche

Lo scopo delle tecniche utilizzate nel judo è sbilanciare l’avversario per farlo cadere al suolo. L’apprendimento è strutturato secondo un sistema chiamato Go kyo che ordina 40 tecniche in 5 classi in base alla difficoltà di esecuzione e alla violenza della caduta. L’arte di proiettare l’avversario al suolo dalla posizione eretta è definita Tachi waza e si suddivide in tre categorie:

tecniche di gambe: ashi waza

tecniche di braccio: te waza

tecniche di anca: goshi waza

Abbiamo poi le cosidette tecniche di sacrificio: sutemi waza, dove il praticante accetta di perdere il suo equilibrio per fare cadere il suo avversario. Queste a loro volta sono suddivise in:

sacrificio sul dorso: ma sutemi waza

sacrificio sul fianco: yoko sutemi waza

L’ultimo gruppo di tecniche è chiamato Atemi waza,o l’arte di colpire l’avversario e si divide in:

attacchi di mano: ude ate

attacchi di piede: ashi ate

La pratica di queste tecniche è effettuata nei Kata (forme preordinate) e comprende anche tecniche basilari di attacco-difesa da coltello, bastone, spada e pistola. Una volta l’avversario a terra, si può applicare una tecnica di immobilizzazione, osae-komi waza, di strangolamento, shime waza, o una leva, kansetsu waza.

Scarica il programma per Dan Schema delle tecniche (Judo No Waza)

Happo-no-kuzushi

Il termine significa “le 8 direzioni di squilibrio” nelle quali il baricentro del corpo dell’ avversario è spostato rispetto alla posizione naturale. Sono disposte idealmente a mò di rosa dei venti, ossia verso l’ avanti, indietro, laterale e le due diagonali.

Tsukuri e Kake

La possibilità di poter eseguire con successo una tecnica di proiezione è fondata sull’ ottenimento di uno squilibrio dell’ avversario mediante azioni di spinta, trazione, prese sulla giacca, azioni che devono essere sempre ben calibrate e mai eccessive, per non dare la possibilità all’ avversario di poterne approfittare. Far perdere la posizione o l’ equilibrio, ottenendo cioè una delle 8 situazioni descritte, è denominato Tsukuri, ovvero “costruzione, preparazione”. Solo dopo che tramite azioni di tsukuri si è riusciti a pervenire ad un kuzushi è possibile attaccare l’ avversario con una tecnica efficace e idonea all’ opportunità creatasi. Tale operazione è chiamata Kake o “applicazione”.

Principi di esecuzione delle tecniche

SEN, l’iniziativa

GO NO SEN, il contrasto dell’iniziativa

SEN NO SEN, l’iniziativa sull’iniziativa

Il principio SEN e’ tutto cio’ che riguarda l’attaccare un avversario (kake) mediante tecniche dirette o concatenate (renraku waza,successione). SEN si applica in primo luogo tramite azioni di tsukuri mirate a sviluppare l’azione mantenendo l’iniziativa, continuando ad incalzare l’avversario con attacchi continui atti a portare l’avversario in una posizione vulnerabile che permetta di attaccarlo con la tecnica preferita (tokui waza)

Il principio GO NO SEN si attua con l’uso dei bogyo waza (tecniche di difesa). Dette tecniche, applicabili subendo un’attacco per contrastarlo, vengono suddivise in CHOWA (schivare), GO (bloccare), YAWARA (assecondare). Scopo delle tecniche di difesa e’ recuperare una posizione che permetta di controllare la situazione o di condurre un attacco.

Il principio SEN NO SEN riguarda la controffensiva che tori (colui che agisce)) sviluppa nell’istante in cui sta per partire l’attacco avversario.Dal momento che uke (colui che subisce) si trova seppur involontariamente in una posizione di precario equilibrio a causa del suo tentativo di tsukuri, occorre anticiparlo prima del suo kake. L’assidua pratica nel randori (combattimento libero) e’ fondamentale per sviluppare la capacita’ di percezione delle azioni dell’avversario. Tale principio realizza il KAESHI , espressione di un modo evoluto di condurre il combattimento in cui si lascia volutamente l’iniziativa all’avversario ma sempre controllando le sue azioni fino a cogliere l’attimo in cui applicare la controtecnica.

Bloccare, schivare o assecondare un attacco, cioe’ utilizzare una tecnica di difesa, puo’ metterci nella condizione di poter condurre con successo un nuovo attacco nei confronti dell’avversario, ma e’ solamente anticipando l’azione nemica che si realizza correttamente un kaeshi. Negli altri casi, e’ piu’ corretto parlare di contrattacco (giaku geki) piuttosto che di controtecnica (kaeshi waza), quantunque a scopo didattico si preferisca utilizzare sempre il termine kaeshi riferendosi alle azioni di attacco-difesa, allo scopo di non generare confusione negli allievi introducendo un concetto di dubbia comprensione.

In altre parole, si ha un kaeshi quando ad un attacco dell’avversario corrisponde un attacco immediato che lo sovrasta, mentre un contrattacco prevede l’utilizzo di una difesa (chowa, go, yawara) prima di eseguire la tecnica voluta.Per quanto veloce possa essere l’esecuzione, c’è sempre un attimo di rottura nell’azione: nel caso del kaeshi, questa rottura non esiste perché la controtecnica anticipa l’azione dell’avversario prima che questi abbia potuto dispiegare per intero il proprio attacco.

I Kata

Il judo non è solo tecniche di proiezioni, di immobilizzazioni, di lussazioni e di strangolamenti ma, come numerose altre arti marziali, comprende un insieme di kata. I più conosciuti di essi sono:

Nage-no-kata (forma delle proiezioni) composto di 5 gruppi (te-waza, koshi-waza, ashi-waza, mae-sutemi-waza, yoko-sutemi-waza)

Katame-no-kata (forma dei controlli) composto di 3 gruppi (osae-komi-waza, shime-waza, kansetsu-waza).

Kime-no-kata (forma della decisione anticamente chiamato Shobu (arti guerriere), tecniche di combattimento reale)

Jū-no-kata (forma dell’adattabilita’ alla forza nemica)

Kodokan Goshin-jutsu (forma di autodifesa – formato nel 1956 ad integrazione del precedente Kime no kata)

Altri Kata meno noti sono:

Koshiki-no-kata (forma antica-riprende le forme della scuola Kito di jujutsu)

Itsutsu-no-kata (forma dei cinque elementi naturali)

Gonosen-no-kata (forma dei contrattacchi – non è riconosciuto ufficialmente dal Kōdōkan di Tokio in quanto abbandonato dallo stesso Jigoro Kano per insoddisfazione e mai più ripreso-)

Seiryoku-zen’yō kokumin-taiiku-no-kata (forma della ginnastica nazionale del miglior impiego dell’energia).

L’insieme di Nage no kata e katame no kata viene anche definito Randori no kata poiché sono le tecniche applicate nel randori, dal quale sono esclusi gli atemi (colpire di pugno e calci)

Questi kata rappresentano degli esercizi di tecnica, di concentrazione particolarmente difficile e costituiscono la sorgente stessa dei principi del Jūdō. La buona esecuzione di questi kata necessita di lunghi anni di pratica per permettere al judoka di afferrarne il senso profondo.

Il Dōjō

Il luogo dove si pratica il jūdō si chiama il dōjō che significa “luogo di studio della via”. Qui il Judo viene praticato su un materassino chiamato tatami. Anticamente in Giappone era fatto di paglia di riso, oggi si usano materiali sintetici purché sufficientemente rigidi da potervi camminare sopra senza sprofondare ed elastici per poter cadere senza farsi male.

Il tatami utilizzato nelle competizioni deve avere le misure minime di m 14 × 14 e massime di m 16 × 16. Al centro vi è l’area di combattimento di dimensioni minime di m 9 × 9 e massime di m 10 × 10; delimitata da una bordatura rossa di circa un metro di lunghezza.

Dal 2006, in via sperimentale, l’European Judo Union ha deciso di abolire la bordatura rossa.

L’abbigliamento

I Jūdōka portano una tenuta chiamata Jūdōgi composta da pantaloni di cotone bianco rinforzato (zubon) e una giacca bianca di cotone rinforzato (uwagi) tenuti insieme da una cintura colorata (obi). Dal colore della cintura si può riconoscere il grado e l’esperienza di un Jūdōka. In gara i contendenti indossano una cintura bianca o rossa da sola o in aggiunta alla propria cintura allo scopo di distinguerli e attribuire i punteggi. Nei tornei e campionati internazionali ed Olimpici uno dei due indossa un judogi di colore blu, per essere meglio distinguibili non tanto dall’ arbitro quanto dal pubblico specialmente televisivo.

I gradi delle cinture

I gradi sono attribuiti ad un praticante e permettono di valutare il suo livello tecnico, la sua efficacia in combattimento, il suo grado di anzianità così come le sue qualità morali, ciò che corrisponde al rispetto scrupoloso del codice morale così come un’applicazione sufficiente nella pratica. Senza il minimo di rispetto delle regole esatte, nessun jūdōka può pretendere di ricevere un grado.

La classificazione prevede una prima divisione tra Mudansha (non aventi alcun dan) e Yudansha (portatori di grado dan). Le cinture sono state introdotte essenzialmente dagli occidentali per riflettere il grado. Si trova nell’ordine la cinture bianca, gialla, arancione, verde, blu, marrone e la famosa cintura nera. Esistono anche le “mezze-cinture”, utilizzate in Italia per i giovani judoisti per segnare la progressione tra due cinture: mezza-gialla, mezza-arancione, mezza-verde, mezza-blu e la mezza-marrone.

Le cinture di colore dal bianco al marrone corrispondono alle classi, chiamate kyu: il 6° kyu è rappresentato dalla cintura bianca fino al primo kyu per la cintura marrone.

Esistono al di sopra dei kyu altri gradi chiamati dan: dal I dan al V dan, la cintura è nera; dal VI dan al IX dan è rappresentato da una cintura a bande rosse e bianche alternate, il X dan è rappresentato da una cintura bianca più fine e larga (il motivo di tale scelta è l’idea di congiunzione che si vuole dare fra il massimo livello che si può raggiungere e quello più basso). Il II e III dan corrispondono al nome giapponese di Deshi (discepolo), il IV e V dan a Renshi (padronanza esterna), il VI e VII dan a Kyōshi (padronanza interiore), il VIII e IX dan a Hanshi (padronanza interiore ed esterna unificata) ed il X dan a Keijin (tesoro vivente). Inoltre il maestro Jigorō Kanō, stabilì la possibilità di progredire oltre il X dan istituendo l’XI e il XII dan per coloro che trascendessero anche questo obiettivo, ma nessuno riuscì mai a raggiungerlo.

In Italia, i gradi inferiori alla cintura nera sono rilasciati in seguito ad un passaggio di cintura organizzati dal club. Per ottenere i differenti gradi dan di cintura nera si sostengono degli esami di tecnica, teoria e kata davanti ad una giuria regionale o nazionale oppure guadagnando dei punti durante combattimenti ufficiali in campionati e trofei.

Le cadute (ukemi)

È molto importante per un judoka saper cadere senza farsi male; queste sono le prime nozioni che vengono insegnate. Esistono quattro diversi tipi di cadute:

Mae ukemi oppure “Zem Po Ukemi” – caduta in avanti frontale

Mae mawari ukemi oppure “Zem Po Kai Ten Ukemi” caduta in avanti con rotolamento suddivisa in Migi (destra) e Hidari (sinistra).

Ushiro ukemi oppure “Ko Ho Ukemi” – caduta indietro

Yoko ukemi oppure “Soku Ho Ukemi” – caduta laterale anch’essa divisa in Migi e Hidari.

Il judo moderno interpreta la caduta come una sconfitta: in realtà si tratta di una vera e propria tecnica per consentire al corpo di scaricare l’energia cinetica accumulata durante la proiezione. Se male eseguita, possono verificarsi infortuni quali lussazione della spalla, urti del capo a terra, danni ai piedi ecc.

La competizione sportiva (Shiai)

Arbitraggio

Gli arbitri di jūdō hanno per missione:

di accordare parzialmente i vantaggi o la vittoria al combattenti in seguito alle tecniche riuscite;

di mantenere l’interesse del combattimento e di assicurare la sicurezza dei combattenti di fermare e far riprendere il combattimento quando è necessario;

di informare i combattenti ed il tavolo, e se possibile gli spettatori, dello svolgimento del combattimento, per esempio quando c’è inizio di immobilizzazione e dei punteggi;

di fare rispettare le regole e di applicare le sanzioni appropriate quando necessario.

Nelle competizioni ufficiali, tre arbitri assicurano l’arbitraggio: un arbitro detto “arbitro centrale” in posizione in piedi e che si sposta coi combattenti e due arbitri detti “arbitri di angolo” che si trovano seduti ai due angoli opposti della superficie di combattimento. L’arbitro centrale ha la precedenza sulla decisione. Il ruolo degli arbitri di angolo è di dare il loro parere in caso di disaccordo con la decisione dell’arbitro centrale. Per ciò, utilizzano gli stessi gesti di arbitraggio dell’arbitro centrale. Quando uno solo dei due arbitri di angolo da il suo parere, l’arbitro centrale prende ciò come una suggerimento, può modificare o meno la sua decisione. Se i due arbitri di angolo sono d’accordo contro il parere dell’arbitro centrale, questo deve modificare la sua decisione. Negli altri casi, l’arbitro centrale ha sempre la possibilità di ritornare sulla sua decisione. L’arbitro di angolo determina anche se un’azione è convalidata o no a seconda che è stata eseguita dentro o fuori dai limiti del tatami.

Per farsi comprendere, l’arbitro utilizza dei termini di arbitraggio in giapponese corredati da un gesto, per essere compreso anche da lontano. Di seguito un elenco dei termini di arbitraggio impiegati in competizione con l’eventuale gesto accompagnatorio tra parentesi ed il loro significato:

Terminologia

Hajime — combattete

Matte (braccio teso verso la parte anteriore palmo verso la parte anteriore) — fermate e ritornate in posto

Soremade — fine del combattimento

Sonomama (toccando i due combattenti) — quando l’arbitro vuole verificare qualche cosa senza modificare la posizione dei combattenti durante la lotta a terra

Yoshi (toccando brevemente i due combattenti) — riprendete il combattimento, dopo Sonomama

Hantei — decisione dei giudici (braccio alzato in verticale)

Koka (braccio piegato, palmo verso la parte anteriore all’altezza del torso) — piccolo vantaggio

Yuko (braccio teso di fianco a 45 gradi, dita tese) — vantaggio medio

Waza-ari (braccio teso di fianco a 90 gradi, dita tese) — mezzo punto

Ippon (braccio teso al di sopra la testa, dita tese) — vittoria acquisita (punto), fine del combattimento

Osae-komi — inizio dell’immobilizzazione (braccio teso in avanti a 90 gradi palmo verso terra)

Toketa — uscita dall’immobilizzazione (agita il braccio teso in avanti a 90 gradi a destra e sinistra col palmo di taglio)

Shido — sanzione (indica col dito il combattente sanzionato)

Hansoku-make – squalifica

Esistevano in precedenza due altre sanzioni: Chūi (errore medio) e Keikoku (avvertimento prima della squalifica), queste sono state soppresse nel 2002: tutti gli errori che erano sanzionati con un Chūi ora sono qualificati come Shido mentre un Keikoku viene punito con una squalifica.

Punteggi

Lo scopo estremo del judo è sempre stato la ricerca dell’ippon, la vittoria diretta per una tecnica efficace. Nel judo in piedi, questo avviene quando l’avversario viene atterrato in modo efficace tenendo conto di tre parametri di valutazione che sono forza-velocità-nettamente sul dorso. Nel combattimento si può arrivare all’ippon anche dopo 25 secondi di immobilizzazione nel combattimento a terra, oppure se l’avversario abbandono per motivi medici o più spesso per uno strangolamento o una leva.

I vantaggi in ordine crescente sono chiamati koka, yuko, waza-ari e ippon. Una valutazione più alta supera sempre la valutazione più bassa. Così un waza-ari supera sempre un numero qualsiasi di yuko e yuko supera sempre un numero qualsiasi in koka. Solo il waza-ari si somma e porta a waza-ari awasete ippon (due waza ari valgono ippon). Quando il punteggio più alto è lo stesso per i due combattenti, il vincitore è quello che ne ha di più. Se anche in questo caso sono in parità, si prende in conto il vantaggio inferiore e così via fino al vantaggio più picco

Combattimento in piedi

Kinza: questo vantaggio non è contabilizzato, ma deve essere preso in conto per l’arbitro per far fermare i combattenti in caso di uguaglianza dello stato di parità. Corrisponde ad un attacco sincero, ininterrotto o no da una caduta dell’avversario sul ventre o sulle ginocchia.

Koka: è dato quando l’avversario cade sulle cosce o i glutei. L’impatto deve essere sui glutei; se l’avversario circola sulla schiena nello stesso movimento, il vantaggio dato sarà superiore.

Yuko: è dato quando mancano due dei tre elementi dell’ippon. Corrisponde ad una caduta sul fianco se la tecnica eseguita è sufficientemente energica, oppure ad una caduta più di schiena ma dove manca forza e velocità nell’azione.

Waza-ari: è attribuito quando manca uno solo dei tre elementi dell’ippon. Corrisponde ad un impatto sulla schiena ma dove o la forza o la velocità della proiezione sono insufficienti. Può essere dato anche in seguito ad una caduta sul fianco seguita immediatamente di un contatto delle spalle al tappeto.

Ippon: è dato in seguito ad una proiezione con impatto sulla schiena con forza e velocità e comporta la vittoria.

Occorre dire che a volte nel corso della competizione si verificano situazioni in cui è difficile stabilire la corretta valutazione. Il compito dell’arbitro è anche valutare chi dei due combattenti mantiene un comportamento più attivo premiandolo con una valutazione superiore (beninteso non al primo attacco), oppure in alternativa sanzionare l’altro per passività.

Combattimento a terra

Un vantaggio è dato in combattimento al suolo dopo un’immobilizzazione dell’avversario. Affinché ci sia immobilizzazione, occorre che le due spalle dell’avversario tocchino il tappeto e che il controllo si faccia con il busto girato verso il tappeto. L’arbitro grida allora osae-komi avanzando il braccio teso ed il piede posto in direzione dei combattenti ed il cronometro di immobilizzazione si mette in marcia. Si giudica che l’avversario sia riuscito ad uscire dell’immobilizzazione quando la sua uscita è totale: o è sul ventre, con le due spalle rivolte verso il tappeto, o ha rovesciato completamente il suo avversario, o abortisce il controllo avverso avvolgendo la gamba o il busto del suo avversario con le sue gambe. L’arbitro grida allora toketa agitando lateralmente il braccio teso in direzione dei combattenti. Si ferma allora il cronometro e si conta il numero di secondi che indica. Durante questo tempo, il combattimento continua finché l’arbitro dà il segnale di arresto matte, quando non c’è più un seguito tecnico interessante. I vantaggi sono dati secondo il tempo di immobilizzazione:

Koka: tra 10 secondi e meno di 15 secondi

Yuko: tra 15 secondi e meno di 20 secondi

Waza-ari: tra 20 secondi e meno di 25 secondi

Ippon: 25 secondi

Un kinza può essere conteggiato su un’immobilizzazione di meno di 10 secondi.

La vittoria, per ippon, è data anche in seguito ad un abbandono dell’avversario. Nel combattimento al suolo, l’abbandono è indotto molto frequentemente da uno strangolamento o una dolorosa leva al gomito, l’unica autorizzata nel judo. Per segnalare il suo abbandono, il combattente batte due o più volte il palmo della mano sul corpo dell’avversario o sul tappeto. Se non può utilizzare le mani gli è consentito chiedere la resa battendo il piede a terra o dicendo maitta, che in giapponese significa “mi arrendo”.

Sanzioni

Gli shido si accumulano: il primo dà un koka all’avversario, il successivo uno yuko eliminando il koka, il terzo un waza-ari eliminando lo yuko, il quarto comporta la squalifica, almeno per il combattimento, non necessariamente dalla competizione.

Gli shido sono dati principalmente per errori del tipo: non combattività (passività), rifiuto del combattimento, fuga o uscita volontaria della zona di combattimento, atteggiamento eccessivamente difensivo, braccia tese, busto completamente piegato verso la parte anteriore, gesti vietati (dita dentro la manica, mani sul viso dell’avversario,…).

I hansoku-make sono dati o per accumulo di 4 shido o dopo un gesto contrario allo spirito del judo come non tener conto dell’arbitro, delle osservazioni fatte a questo o dopo un’azione che mette in pericolo l’avversario o sé stesso. I gesti pericolosi sono numerosi ma estremamente facili da evitare se il praticante ricerca innanzitutto l’efficacia.

I “punti judo”

Una speciale classifica viene redatta nei tornei per stabilire a quale società sportiva viene attribuita la vittoria.I punti conquistati dagli atleti vengono convertiti in numeri e sommati per determinare la classifica di società secondo la tabella seguente:

ippon 10 punti

waza ari 7 punti

yuko 5 punti

koka 3 punti

anche le sanzioni sono conteggiate ma in negativo

shido I -3 Punti

shido II -5 Punti

shido III -7 Punti

hansokumake -10 Punti

Questo sistema, talora osteggiato dai sostenitori del judo tradizionale, fa si che vengano premiate le società numerose che talora portano in gara anche atleti alle prime armi sperando guadagnino qualche punto prezioso.

A.S.D. Kodokan

Seoi Nage

Kata Guruma

Hane Goshi

Harai Goshi

Tai Otoshi

Ko Soto Gari

Hiza Guruma

O Soto Gari

Uchi Mata

Tsuri Komi Goshi

Ko Uchi Gari

Uki Goshi

O Goshi

Utsuri Goshi

Ushiro Goshi

Ashi Guruma

De Ashi Barai

Sumo Otoshi

Tomoe Nage

Yoko Wakare

Uki Otoshi

Soto Makikomi

Sumi Gaeshi

Yoko Otoshi

Yoko Guruma

Ura Nage